# Fabio Linari, credere nella pittura e nella forza delle emozioni - Citta della Spezia **Valerio P. Cremolini** — 08 Agosto 2013 — Articolo originale: [Fabio Linari, credere nella pittura e nella forza delle emozioni - Citta della Spezia](https://www.cittadellaspezia.com/?p=139742) ![Fabio Maria Linari](files/_fabio-maria-linari-52644.jpg) Il critico Valerio P. Cremolini ricorda con il seguente contributo il pittore Fabio Maria Linari, scomparso mercoledì scorso all’età di 54 anni. Si tratta della presentazione della mostra Fabio Maria Linari – La pittura del ‘500 e la parola incantata di Giovanni Testori, a cura di don Giuseppe Fusari, inaugurata l’11 gennaio 2004 al Museo Diocesano di Sarzana e successivamente riproposta su iniziativa della Fondazione Biblioteca Morcelli – Pinacoteca Repossi nella Galleria dei Ritratti, Palazzo della Fondazione di Chiari (Brescia). ## L’ombra di Testori Concordo pienamente con il titolo scelto per questa splendida mostra di Fabio Maria Linari, artista concittadino, da anni residente a Chiari di Brescia, di cui ho seguito fin dal 1984 il vivace tragitto pittorico che culmina nel mirabile ciclo di dipinti, con il quale propone la personale ed avvincente lettura delle opere realizzate dal Romanino (1484-1560) e dal Moretto (1498-1554) per la Cappella del Sacramento in San Giovanni evangelista a Brescia, riscoperte ed incomparabilmente studiate dal non dimenticato Giovanni Testori (1923-1993). La sua è veramente un’ombra lunga, sconfinata, avvolgente, fascinosa, dominante. È l’ombra di una persona vivente, mai contagiata dall’indifferenza, ma affamata di fede, appassionata della vita, scandagliata in ogni anfratto con la sua parola, spesso aggressiva, disperata, urlata. Ma nel Linari di oggi si scorge non vagamente la speciale ed affettuosa ombra dell’amato padre-pittore, la sua profonda esperienza artistica e spirituale, l’una strettamente complementare all’altra, tenuta desta da Fabio con encomiabile atteggiamento di ammirazione e di riconoscenza. Anch’io sono contagiato dalla benefica, stimolante, invasiva ombra testoriana che investe tutti i temi dell’esistenza penetrandola profondamente, facendo emergere il dolore che vi alberga insieme al peccato. Quando leggo e rileggo poesie, pagine di teatro e d’arte mi sento accompagnato dalla sua persona (che non ho mai conosciuto), da questo eclettico “predicatore di verità”, così lo definì Carlo Bo, testimone visibile e concreto dell’uomo che nella ricerca affannosa di se stesso suggeriva, non silenziosamente,il profilo di un mondo meno contraddittorio,capace di vincere l’emarginazione e di renderlo, come ebbe a dire, «meno torvo e volgarmente compiacente». Apprezzo tantissimo la copiosa e multiforme creatività di Testori, l’energia, definita da Emilio Tadini «addirittura terribile, quasi apocalittica di tanti suoi scritti»; il ricorrente invito a calare la maschera e scoprirsi tristemente nudi; l’indomita determinazione che ha caratterizzato la sua vita non eludendo, davvero, il perseverante ascolto e l’insistente concretizzazione dell’esortazione evangelica «sia il vostro parlare:si, si; no, no; quel che vi è di più appartiene al male» (Mt 5,37). All’ombra si affianca, inoltre, la non fuggevole ombrosità di Testori, persona capace di scuotere, di abbattere luoghi comuni, di creare divisione, di fare chiarezza sapendo, ad esempio, discriminare senza timore ciò che è pittura da quanto pittura non è o, affrontando l’importante e sempre attuale tema dell’arte sacra, «chiedersi se la cultura cattolica sia stata in grado di percepire e avvertire la deformata, disperata, affamata, tradita, ma comunque, presente e pressante cristicità che, come una rete sotterranea di sangue, attraversò tutta l’arcata espressiva che il secolo ha alzato e, via, via, fatto franare». Ed ancora, partecipando ad un dibattito sulla preghiera, confutare senza mezzi termini «il sottile, qualche volta abile, gioco di intelligenza» del laico-nichilista Emanuele Severino, contestandogli l’assenza di «disperazione che percorre e devasta i veri disperati, nei quali c’è sempre un di più di amore, e un po’ più di passione». Personalmente sono stato attratto dalla perentorietà testoriana, tipica della sua magistrale saggistica d’arte e dei densi, robusti articoli pubblicati sul Corriere della Sera, ansiosamente attesi, che conservo come pezzi importanti di una preziosa collezione. Emerge un coerente metodo critico, analogo nell’affrontare l’arte antica o quella contemporanea che, come è stato giustamente osservato, «nasce dalla preoccupazione fondamentale di incontrare, prima dell’opera d’arte, l’autore, e prima dell’autore la persona. Con lei lo scrittore entra in dialogo, sospinto dal desiderio di risalire all’humanitas dalla quale prenderà vita l’opera stessa» (Marco Bona Castellotti). Prima di aver letto e gustato l’esauriente e non facile saggio di Testori sul Romanino e su Moretto, questi pittori erano per me due conoscenze piuttosto sfumate. I più noti compendi di storia dell’arte, infatti, non indugiano diffusamente su di loro e soltanto l’acuta analisi di una personalità scrupolosa e trainante come Testori ha potuto e saputo coglierne il singolare gigantismo estetico in pagine dalla elevatissima valenza letteraria, esaltate dalla collaudata spinta dell’autore all’invenzione linguistica, sempre appropriata a definire l’identità artistica che Romanino e Moretto hanno depositato nella “grande rappresentazione” della Cappella del Sacramento. Per Caravaggio «uno dei santuari di più cara ed eccitante frequentazione», dove si consumò tra il 1521 e il 1524 un inconsueto “scontro-incontro”. Non ho titoli per dibattere adeguatamente la grandezza o meno dei due esponenti bresciani, ma la sensibilità mi fa apprezzare questa complessa opera a quattro mani, che dà onore e gloria agli autorevoli esecutori di ieri, interpretata oggi dal bravissimo Linari con indubbia capacità, unita a dolente partecipazione. É straordinariamente vasto il florilegio di originalissimi attributi e di pensieri che caratterizzano la lezione di Testori sui due amati pittori lombardi, entrambi tributari di analisi rigorose, caratterizzate dalla sua singolare scrittura folgorante, che genera pathos per i forti accenti umani di cui essa è ricca. Moretto è «splendore, forbitezza, certitudine, acuità e pressione del reale accettato», mentre Romanino «è tristezza, sgrammaticatura, violenza, espressione e perfino espulsione del reale rifiutato». Romanino è «un selvatico salito su dalle cantine o sceso giù dalle stalle; un barbaro, il solo vero grande sdegnoso e sdegnato barbaro dell’intero Cinquecento italiano»; Moretto, tramite della pittura bresciana «dentro le braccia del Caravaggio», fa propria «una luce mai immaginata, mai fantasticata, mai, neppure per un [[../../Fragmentarium/Attimo|attimo]], revulsionata; sempre e, forse, a questo livello, per la prima volta, nell’intera storia dell’arte». «Come potrebbero – si domanda Testori – l’arte e la poesia andar più dentro alla realtà di ciò che è indigenza, fame e nascita disperata ed orrenda?». Ci riesce il Romanino, «il più magistrale di tutti; e il più commovente; d’una commozione che ricorderà all’uomo ciò che deve essere». Nell’affermare, dopo averne ampiamente documentate le ragioni, che «al Sacramento, i due Maestri, si presentano come due grandi protagonisti, ognuno in sella al proprio [[../../Fragmentarium/Destino|destino]]», Testori non pronuncia una sentenza di ruffiana neutralità; parteggia, al contrario, soprattutto per un tempo della pittura che esibisce queste personalità artistiche che hanno proficuamente camminato di pari passo, «guardandosi ed accordandosi, ma tenendosi poi ognuno ben ferma la propria verità», illuminando il Cinquecento bresciano di luce non effimera. Sostando sulle opere del Romanino e del Moretto l’ombra di Giovanni Testori non è per nulla evanescente. Questa ombra, accettata, ben custodita, talvolta cupa e addolorata, è nel cuore della pittura meditata e intrisa di umana passione di Fabio Maria Linari, realizzata con rapidità esecutiva, con movimenti sicuri e senza pentimenti della mano, quasi a sigillare liberatoriamente un ciclo esistenziale tormentato e tormentante. Linari connota la sua pittura di costante tenuta espressiva, idealmente deputata a rappresentare il riferimento stilistico dell’artista. Ammirando le tavole, intelligentemente allineate nel Museo Diocesano di Sarzana, dove assurgono a celebri spettatori i dipinti di Domenico Piola (1627-1703) e del Fiasella (1589-1669), mi è corso il pensiero su quanto scrissi nel 1984 sulla pittura, già allora convincente ed a mio avviso straordinariamente matura, del quasi esordiente Linari. «Con Fabio Linari – scrivevo – affrontiamo figure sanguigne, dilaniate da accesi rossi e gialli materializzati in corpi che si richiamano ad esiti espressionisti di ottima fattura. Quel colore infiammato martella la nostra testa, talora indifferente e sorda; la grafia incide il foglio, così come la lama penetra nella carne e la lacerazione riproduce fatalmente lamento, dolore e tristezza. Quella di Linari è pittura che produce bellezza, seppure una sanguinante bellezza che ci trasmette frustate strazianti e brividi di lunga durata. Se con l’arte si vuole esternare la propria interiorità, utilizzando strumenti pittorici, Linari offre la sua sensibilità per ricreare, in forma graffiante e pungente, la problematica esistenziale che investe l’uomo e la società. Le sue figure strepitano e le loro voci ci raggiungono. Allora Linari ha raggiunto il suo obiettivo». Annotazioni datate, ma non contrastanti con quanto egli propone oggi, ispirandosi alle citate opere del Romanino e del Moretto ed attualizzando magnificamente, nella sintesi fra la figurazione molto libera e la moderata astrazione, il rapporto fra la memoria e la modernità, che censisce il suo nome di artista che onora la pittura. Testori, presumo, non si chiederebbe rabbiosamente, come accaduto nei confronti di altre paludate manifestazioni, «dov’è finita la pittura». «La vera pittura, l’eccelsa, calma, solenne pittura», incessantemente e strenuamente difesa da Testori che sapeva cogliere il valore degli artisti e delle loro opere, influenzare l’attenzione della critica (spesso latitante) verso nuovi, interessanti fenomeni espressivi. Credo, ad esempio, che Linari abbia positivamente subito la viscerale passione dello scrittore lombardo per gli autentici protagonisti del risveglio dell’arte tedesca degli anni ’80 (Albert, Baselitz, Lupertz, Middendorf); tramite la loro «errabonda frenesia cromatica e deformante», essi ci hanno fatto amare ancora di più la vicenda artistica ed umana di Kokoschka e del dannatissimo Schiele. Linari crede, eccome, nella pittura e nella forza delle emozioni, ingrediente ben presente nella sua palpitante ricerca, che nei pregnanti dipinti dedicati al Romanino ed al Moretto si enuclea nel limitato, impetuoso e talora lacerante sviluppo cromatico, nel conferire plasticità a figure fermate tra linee essenziali, nel creare un riflessivo clima di inquietudine combinando segni che graffiano lo spazio e colori, compresi il prezioso e lucente oro ed il tenebroso nero, che in gran parte lo avvolgono. Ora l’ombra di Testori si fa voce e la corporeità della sua parola ci raggiunge per esprimere apprezzamento sull’esemplare tenacia operativa di Linari, condividerne la «franante solidità compositiva», facendogli dono dell’analoga espressione rivolta allo spagnolo Fermin Aguayo (altra sua scoperta), per affermare che l’arte contrasta il pessimismo e la rassegnazione per farsi rivelatrice di speranza, superando la soglia del dolore che l’artista «conosce, domina e doma» (Rossana Bossaglia). Ci dice, ancora, con le stesse parole dell’ultima intervista del gennaio 2003 che «la pittura, come la letteratura, come il romanzo, è un annuncio, una profezia, rovesciata magari». --- (Page "Fabio Linari, credere nella pittura e nella forza delle emozioni - Citta della Spezia" downloaded from https://www.cittadellaspezia.com/?p=139742)